Incipit e altri brani tratti dal libro

 

INCIPIT

Quella mattina l’aurora faceva vedere tonalità più intense del solito. I primi raggi del sole sfioravano le cime del Marguareis e da pochi minuti la vetta si era accesa come brace ardente. Il confine della luce attraversava il bordo del cielo con una linea netta: solo le creste più alte ne oltrepassavano il limite, e rassomigliavano ad arcipelaghi di corallo dai colori vividi e sanguigni, sospesi in uno stagno notturno di acqua morta. Sulla grande montagna anche le nevi rosseggiavano incandescenti, e intorno le rocce più scure sembravano cenere e ceppi carbonizzati, come se uno strano falò alpino bruciasse intensamente sulla sommità, senza neanche emanare un alito di calore. 

Al di sotto di quei bagliori, la verticale parete nord rimaneva in penombra. Un obliquo cengione, e l’incurvato Canalone dei Genovesi, con accanto una punta torreggiante, disponevano la consueta immagine livida del Marguareis innevato. Uno scenario dolomitico di pareti strapiombanti, guglie, speroni, colatoi e solchi nevosi relegato sul versante piemontese delle cosiddette Alpi Liguri o Marittime Orientali Lì nelle mezze stagioni il bacio del sole è rapido e fugace come un amore clandestino inteso e mai consumato davvero. Il manto nevoso stringeva le rocce con un abbraccio freddo, avvolgendole in una coperta opaca. Il Marguareis attendeva il nuovo giorno per incoronarsi monarca assoluto di quei luoghi solitari.

In quel momento Luigi, poco distante dal rifugio, era il solo uomo a scrutare quelle effusioni selvatiche, segnate di riflessi vermiglio, tra l’astro del giorno e la vetta più alta della valle. Per guardare meglio si passò la mano tra i capelli scuri e fitti, spostando dalla fronte la frangia disordinata. Sul suo viso, delicato e triangolare, un po’ asciutto, figurava un naso stretto e sporgente, con narici piccole. Gli occhi, immobili e ancora assopiti, e le labbra socchiuse, ne rimarcavano l’espressione vagamente misteriosa e trasognata. Luigi era in preda ad uno stupore e ad una meraviglia onirici, come se le sue iridi color nocciola osservassero le luminosità insostenibili della creazione del mondo. Come se lassù, in quell’inatteso crogiolo primordiale, senza alcun rumore apparente, venissero forgiate altre rocce ed altri macigni da far rotolare a valle, ad intralciare ancora di più quelle montagne già così tormentate ed impenetrabili.

In quell’alba così carica Luigi specchiava i suoi pensieri sconsolati, risalenti ad una situazione sentimentale complicata ed irrisolta, e si sforzava di abbinare ogni ricordo alla tonalità più appropriata. Ora disponeva della gamma cromatica completa dei colori dolenti, dall’ambra al rosa scuro, all’indaco, al rubino, e ricercava la sfumatura esatta del proprio tormento interiore. Poi ricordò che anche il suo sentimento inconfessabile era segnato di vermiglio: forse la traccia del sangue rappreso, o forse solamente la gradazione definitiva del rancore denso, distillato goccia a goccia. 

 

ALTRI BRANI TRATTI DAL LIBRO

 (...) I due sciatori si infilarono nella seconda strettoia. Con grande concentrazione si abbassarono adagio lungo una sottile striscia di neve incuneata tra i fianchi nudi e terrosi della montagna, calcolando i movimenti al centimetro. Ad un certo punto lo spazio era così esiguo che non era più possibile impostare nessuna curva e fu necessario proseguire in derapata. Luigi aveva ragione: solo dopo quel secondo ingresso si entrava veramente nel canalone; il solco nevoso si incassava sempre più profondamente nel ventre della montagna, assumendo un andamento sinuoso. Lo stretto impluvio biancheggiava nelle pieghe della Serpentera, costretto tra pareti di erba e pinnacoli rocciosi, e sembrava un  grande rettile albino addormentato, o un fiume di latte dal corso tortuoso. (...)

(...) Con una serie di stretti zig-zag i due guadagnarono velocemente quota verso la mole incombente della parete. Ilaria si adeguò a quel ritmo forsennato, ma forse avrebbe preferito una andatura meno spedita, non tanto per la fatica, ma piuttosto per l’apprensione che quel luogo sinistro le metteva addosso. Raggiunta l’altitudine stabilita, iniziarono a spostarsi in diagonale lungo una evidente fascia nevosa sospesa tra le balze rocciose. La progressione era delicata perché il cengione sporgeva nel vuoto. La neve era ancora dura e non consentiva l’aderenza di tutto lo sci, ma solo dello spigolo a monte. Per fortuna entrambi avevano riaffilato le lamine da poco, e Luigi era riuscito ad applicare i propri coltelli “Bilgheri” agli sci di Ilaria, aumentandone la tenuta. Sotto i loro piedi, il Lago Pical mostrava tonalità sempre più cupe e profonde, come un enorme ed inquietante gorgo nerastro. (...)

(...) L’uscita era secca e decisa. Con un ultima definitiva svolta, i due amici superarono un accenno di cornice e guadagnarono il piccolo ripiano del colletto, mentre lontano il sole basso all’orizzonte li inondava di luce gelida e dorata. Sulla destra la squadrata vetta rocciosa della Rocca del Mago era a portata di mano. Vederla così vicina faceva l’effetto di un mistero svelato, di un enigma a lungo indagato e finalmente risolto. Dall’altra parte invece il crestone nevoso del Cian Balàu si impennava con una rampa stretta e ripida che pareva proiettarsi verso il cielo. Su entrambi i lati solo abissi vuoti, confusi nelle prime ombre della sera. (...)

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